Perché si cambia lavoro? Solo mancanza di prospettive?

 

L’assenza di prospettive  e la retribuzione non soddisfacente sono tra le motivazioni che portano le persone a cambiare occupazione. Lo evidenzia uno studio di Glickon, azienda italiana specializzata in People Experience e Analytics.

Ma cosa incide soprattutto in maniera crescente sulla decisione di cambiare lavoro? L’equilibrio tra vita privata e lavoro. Questo elemento, infatti, sta acquisendo via via un’importanza sempre maggiore agli occhi dei lavoratori: se un anno fa solo il 3,7% dichiarava come un miglior work-life balance rappresentasse una ragione importante tra quelle che portano a cercare un’occupazione diversa, oggi la percentuale è salita al 7,2. Questo balzo in avanti è da ricercarsi nel fatto che con la pandemia il lavoro da casa è diventato una costante, che non sempre ha coinciso con una migliorata organizzazione e gestione degli impegni familiari e personali.

La sicurezza della posizione ricoperta, infine, è un importante stimolo alla ricerca di un nuovo lavoro solo per il il 4% degli intervistati.

Cosa cercano i lavoratori? Priorità: cultura aziendale

L’obiettivo principale di coloro che scelgono di cambiare è quello di trovare un’organizzazione che abbia una cultura aziendale stimolante (24,6%). Il 12,4% dei lavoratori aspira a trovare, con la nuova occupazione, anche un migliore work-life balance e il 9,5% prospettive di carriera più allettanti. Infine, l’11% del campione intervistato afferma che ciò che rende appetibile il lavoro in un’azienda è che questa sappia offrire un’esperienza di lavoro sfidante.

Le persone spendono circa 1/3 della loro vita al lavoro: in tutto circa 90.000 ore.  Questo dato mostra quanto possa essere importante stare bene sul posto di lavoro e terminare la giornata soddisfatti. Le aziende sono sempre più consapevoli che i loro risultati economici dipendono in larga misura dalla qualità dell’esperienza che sono in grado di offrire ai propri clienti, ma ancora prima ai loro collaboratori.

«Il lavoro ibrido, o qualsiasi altra definizione si voglia dargli, è un sistema giovanissimo, frutto di una mossa istintiva in reazione alla pandemia, tanto giovane da dover essere ancora generato, nella maggior parte dei casi, da persone che ancora non sono entrate nel mondo del lavoro. Dopo tanti tentativi capiremo che non sono le giuste condizioni che generano una buona esperienza di lavoro, ma sono le persone che hanno il potere di vivere o meno una buona esperienza di lavoro» – commenta Filippo Negri, CEO e cofounder di Glickon. «Si può disegnare questo nuovo mondo in maniera sostenibile solo con una nuova intelligenza, una combinazione di tecnologia e sapere umanistico. Intelligenza artificiale, algoritmi di Natural Language Processing, tecniche di Sentiment Analysis, insomma tutto quello che, attraverso la tecnologia, sembra portarci più lontano dalla realtà e dalle persone paradossalmente sarà la merce più preziosa per renderci capaci di guardare al lavoro a partire dalle cose più semplici, come le storie personali di ciascuno di noi».