Smart working anche dopo l’emergenza sanitaria

 

 

 

 

 

 

di Stefania Nigretti

Da una indagine condotta da Demia, per conto di Hermes Consulting, l’84% dei top manager prevede un inserimento dello smart working in pianta stabile all’interno del mondo del lavoro, anche a fronte di un processo di acculturazione digitale che il 90% del campione vede come del tutto necessaria. Il campione dell’indagine è composto da 500 manager italiani (65% di grandi aziende e 35% di PMI). Da questo survey emerge inoltre che il 70% del campione aveva già previsto nei contratti di lavoro la modalità di lavoro agile. Soltanto il 16% delle aziende ha adottato lo smart working a seguito dell’emergenza, con una percentuale più elevata tra le PMI pari al 27%.

L’indagine evidenzia anche che i manager avevano in maggioranza (60%) già un’area adibita al lavoro presso il proprio domicilio, mentre il 39% ne ha allestita una a seguito del lockdown e la metà di questi ha deciso di mantenerla anche in futuro. L’86% dei manager italiani, inoltre, pensa che lo smart working possa essere praticato anche al di fuori dell’emergenza; il 77% non lo vede intaccare in termini di produttività. Il 66% trova che si riesca a organizzare meglio l’agenda e a gestire la giornata in modo più efficiente.

“La mia attività si è limitata alle operazioni che si potevano effettuare solo da remoto. Questo limite ha comportato una netta diminuzione del mio lavoro”, spiega Pino Bruno, energy manager di diverse aziende, tra cui Ege. “Per comunicare ho utilizzato molto le videoconferenze, però ci sono delle attività di campo che sono insostituibili, soprattutto in fase di iniziale collaborazione, poiché solo la presenza negli ambienti produttivi fa sì che ci si renda immediatamente conto delle possibili soluzioni di efficientamento da proporre. La remotizzazione dovuta allo smart working presuppone un certo livello di sicurezza tra azienda e consulente esterno. Gli strumenti sono quelli classici delle Vpn (Virtual Private Network) per le condivisioni ai server remoti e il Cloud per i repository aziendali. Naturalmente sono implementate tutte le misure di sicurezza antivirus e antimalware, come sempre”, aggiunge Pino Bruno.

Mappatura delle attività giornaliere, suddivisione dei compiti in precisi slot temporali, task più impegnativi la mattina, quando i livelli di attenzione e di concentrazione sono massimi. Questi sono i tre princìpi individuati da Hunters Group per ottimizzare la gestione del tempo quando si lavora da casa.

Poiché diverse aziende, complice la pandemia, hanno cambiato il loro assetto organizzativo passando da una forma di lavoro in ufficio a una forma di lavoro in remoto, una gestione del tempo efficiente in smart working, nel rispetto dell’azienda e del lavoratore, è il tema su cui si concentra oggi l’attenzione.

Per decenni abbiamo avuto una divisione netta tra il mondo dell’ufficio e la sfera privata. In generale, i ritmi aziendali erano scanditi da meccanismi ben oliati. Ambienti ordinati e silenziosi per le postazioni consentivano la concentrazione per diverse ore della giornata e spazi comuni di condivisione consentivano il confronto tra colleghi. L’organizzazione aziendale non escludeva, nelle situazioni più felici, la creazione di rapporti professionalmente e umanamente arricchenti, ma, nel complesso, si poneva in antitesi con la sfera extralavorativa perché poteva costituire elemento di distrazione.

“Sono ormai diversi mesi”, afferma Marta Arcoria, HR e business partner di Hunters Group “che in azienda tra i temi più urgenti affrontiamo quello del time management nel lavoro in remoto: se per un lavoratore una buona gestione del tempo è necessaria per mantenere alti gli standard di produttività, questo è ancora più vero per un consulente, che tutti i giorni si deve districare tra svariati interlocutori e attività”.